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Padre Mario Vergara
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Primi del novecento.
A otto chilometri da Napoli, verso nord, c'è Frattamaggiore, cittadina
industriale, famosa per la lavorazione della canapa. Numerosi sono gli
stabilimenti che offrono manodopera agli abitanti della zona. Una di queste
fabbriche è gestita da Gennaro Vergara (anche assessore comunale), che spesso si
reca all'estero, specialmente in Germania, dove è destinata gran parte della
produzione. Durante i periodi di assenza rimane a sostituirlo nel canapificio
Antonietta, la moglie, che tiene tutta l'amministrazione, senza trascurare
l'andamento della casa e la cura dei nove figli. Ultimo dei cinque fratelli è
Mario, nato il 18 novembre 1910.
«Ragazzo estroso e avventuroso - ricorda il suo compaesano e grande amico
Gennaro Auletta. - Dopo le elementari, nel 1921, entrò nel seminario diocesano
di Aversa. Forse neanche i superiori ne speravano un gran che: per il suo fare
aperto e l'aria sbarazzina era qualificato un "carattere ribelle". Certo è che
chi non ebbe intimità con lui non lo conobbe mai e lo giudicò un "tipo curioso"!
Ma sotto la scorza rude, batteva un cuore grande».
Infatti, spinto dal forte desiderio di amare Dio e ogni fratello, resiste alla
disciplina del seminario e fortifica maggiormente la sua vocazione. Nell'ottobre
del 1929 Mario Vergara entra nell'Istituto del Pime, iniziando il secondo anno
di liceo a Monza. Ma prima della fine dell'anno scolastico deve rientrare in
famiglia: forti attacchi di appendicite lo costringono a sospendere gli studi.
Sopraggiunge addirittura una peritonite che lo riduce in fin di vita, ma Mario è
sicuro del fatto suo, tanto che lui stesso ricorda: «Attorno a me tutti
piangevano, io solo me la ridevo dentro di me, sapendo di non poter morire,
perché dovevo andare missionario!». E così, di fatto, guarisce. Per non
sottoporre ancora azzardatamente il suo debole fisico ai rigori invernali del
nord, egli riprende gli studi nel Pontificio Seminario Campano di Posillipo,
tenuto dai padri gesuiti, dove Mario si ingegna nelle iniziative di animazione
missionaria.
Il 31 agosto 1933, può rientrare nel Pime e con grande riconoscenza scrive
al Superiore: «La gioia che mi riempie il cuore è così grande da rendermi
impossibile esprimere i miei sentimenti di gratitudine per la grazia singolare
concessami». A Milano frequenta l'ultimo anno di teologia e il 24 agosto 1934
Vergara viene ordinato sacerdote. Un mese dopo parte per la Birmania.
AAppena giunto a Toungoo, alla fine di ottobre 1934, p. Vergara si dà allo
studio delle lingue delle tribù cariane e dopo qualche mese, quando ne arriva a
conoscere ben tre, gli viene assegnato il distretto di Citaciò, della tribù dei
Sokù, con 29 villaggi cattolici e altrettanti catechisti da mantenere, oltre
alla cinquantina di orfani raccolti dalla missione. P. Mario è sempre in
movimento: noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria, ai cui attacchi è
soggetto di frequente, va in giro per i villaggi anche con la febbre in corpo. E
per la sua gente si prodiga in mille modi: prete, educatore, medico,
amministratore e spesso anche giudice. Poi, all'improvviso, la guerra interrompe
i suoi sogni e la sua attività. Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiara guerra
all'Inghilterra. Anche i missionari italiani vengono considerati "fascisti" e
quindi, automaticamente diventano nemici degli inglesi. Padre Mario deve
ritirarsi nella casa di formazione del Pime a Momblo e così si concentra nello
studio di una nuova lingua locale: il Ghekù, nella vana speranza di poter
comunicare con questa tribù. Ma ben presto entra in scena anche il Giappone:
dopo Pearl Harbor, rapidamente invade le Filippine, l'Indocina, Hong Kong e la
Thailandia. Ormai è alle porte della Birmania. I missionari cattolici, non
ancora internati dagli inglesi e rimasti nella foresta, cercano di resistere ai
forti disagi e ai pericoli, ma quando il 21 dicembre 1941 i giapponesi invadono
il territorio birmano vengono inviati nei campi di concentramento inglesi in
India. Tra questi c'è anche p. Mario Vergara. I missionari sono tra gli
internati civili di guerra e il loro rammarico più grosso è l'inoperosità. La
vita nei campi di concentramento è estremamente noiosa: «Il ricordo dei giorni
nella mia missione mi rende nervoso, in mezzo a questi fili spinati e senza
occupazioni - scrive il 25 gennaio 1943 p. Grazioso Banfi dall'Internment Camp
di Bombay. - Quando penso al lavoro che là c'è da fare, mi vengono le lacrime
agli occhi. E intanto prego, soffro e studio per la mia missione. E' da due anni
che sono qui con quasi tutti i missionari del Pime (ottantadue, ormai)... i
giorni non passano tanto veloci come vorremmo. Ma, a quando la pace? Povere
nostre missioni! Il Signore, se così ha voluto, saprà anche ricavarne un bene».
E con questa certezza vanno avanti. Intanto, dopo l'ispezione della Croce Rossa,
le insistenze del Vaticano e dei vescovi cattolici dell'India, il 15 marzo 1943
gli internati civili italiani vengono trasferiti in un'ala del campo dove le
condizioni di vita sono migliori e i missionari, riuniti in due baracche vicine,
possono curare maggiormente la loro vita spirituale e i loro studi.
Nella speranza di tornare in Birmania, imparano la lingua cariana, organizzano
seminari teologici e corsi di medicina, si confrontano sui loro diversi stili
pastorali, tengono periodicamente conferenze liturgico-morali e commentano le
costituzioni dell'Istituto. I giorni non sono più così lungamente tetri e
noiosi. Riescono persino a creare una cappellina per l'adorazione perpetua. Pur
sembrando una prigionia senza fine, grazie alla speranza di cui si fanno
portavoce, i missionari sono di conforto anche a tutti coloro che vivono nelle
loro medesime condizioni. Verso la fine del 1944 i primi padri vengono
rilasciati e possono tornare alle loro missioni.
Dopo quattro anni di penoso e snervante internamento, anche p. Mario Vergara
viene rilasciato. E' molto indebolito perché, oltre alla spossatezza dovuta alla
durezza della detenzione, ha subìto diverse operazioni chirurgiche, in una delle
quali gli è stato asportato un rene. Teme di essere ritenuto ormai inutile ed è
preoccupato che gli impongano il rimpatrio o un riposo. Ma non è così, anzi, ben
presto gli viene affidato un lavoro arduo e pericoloso. Il vescovo della
Birmania, mons. Lanfranconi, ha in mente di fondare all'estremità della
frontiera orientale della missione di Toungoo un nuovo centro: tribù ignote e
quindi anche lingue da imparare e costumi da conoscere, un centinaio di villaggi
sperduti nella jungla. Un progetto apparentemente irrealizzabile. Ne parla a p.
Mario che, senza indugio, accetta la "sfida".
Il nuovo distretto, situato a duemila metri di quota sulle catene montuose dette
Prèthole, a est di Loikaw, da cui dista due giorni di viaggio, comprende
numerosi villaggi di religione tradizionale, e pochi villaggi protestanti
battisti. Nel 1939 due villaggi sono diventati cattolici, ma poi, con la guerra,
tutto è rimasto bloccato. E proprio da questi due villaggi, il 26 dicembre 1946,
p. Mario Vergara è accolto festosamente.
Manca tutto: non un "buco" dove abitare, non una stuoia su cui stendersi. P.
Mario adatta come meglio può una catapecchia abbandonata: «Abito ora in una
capanna di bambù, posta su un cocuzzolo di un monte sovrastante il villaggio di
Taruddà - uno dei due villaggi cattolici che è diventato la sua residenza -.
Vento e sole entrano liberamente; se piove ho il bagno a domicilio, proprio come
i grandi signori... eh, quando uno nasce fortunato! Per il mobilio due sedie e
un tavolino che ho fatto col coltellaccio del mio catechista; per cibo un po' di
riso con erbe di bosco. A sinistra catene di monti digradanti fino alla pianura
di Loikaw e popolatissimi; sono duecento i villaggi di cariani rossi e alcuni di
shan. I protestanti vi giunsero vent'anni or sono, capite? E contano quattro
villaggi. Presto vi farò un giro di "ricognizione" col prete cariano e alcuni
catechisti».
Con quel suo entusiasmo, calmo e misurato, ma fermo, affronta questa vita, di
certo non facile per la lontananza dal centro, per la povertà della gente, per
la scarsità dei viveri, per la mancanza di trasporti. Maggiori del disagio
materiale sono le difficoltà di inserimento e di dialogo con la gente, con i
buddhisti e, ancora di più, con i battisti. Ma tutti questi ostacoli non fanno
che aguzzare l'ingegno di p. Vergara, che comincia a studiare la lingua locale
appassionatamente, così da riuscire a prendere contatto con una quindicina di
villaggi e ad avere dei catecumeni. La sua esperienza in medicina lo agevola
molto. A volte sembra addirittura compiere "miracoli": un bambino, moribondo,
guarisce grazie a un sorso di vino da messa che p. Mario gli dà da bere, non
avendo con sé nessuna medicina; uno storpio, che si trascina penosamente, dopo i
massaggi del padre riesce ad alzarsi e a camminare. Due guarigioni straordinarie
che destano il sospetto dei battisti, i quali, temendo il "concorrente",
sferrano l'offensiva della calunnia: «Mentre sono in cerca di maestri - racconta
lui stesso - i protestanti si portano sul luogo a sparlare della nostra
religione. La gente, disgustata, non prende più né me, né loro. Soffro
indicibilmente: solo la preghiera di chi mi vuol bene, mi può sostenere».
Nel frattempo, è l'ottobre del 1948, arriva ad aiutarlo p. Pietro Galastri. E'
proprio l'aiutante che ci vuole. Con lui, abile falegname e muratore, si può
finalmente pensare alla costruzione degli edifici utili alla missione: scuola,
chiesa, orfanotrofio e dispensario. Insieme, poi, i due padri si stabiliscono
nel grosso mercato di Shadow, della tribù dei buddhisti shan, dove danno inizio
ad altre costruzioni. P. Mario, intanto, aiutato e sorretto dal confratello,
continua la sua fatica di "apostolo errante", tra monti e risaie. Il suo
desiderio più vivo è quello di formare catechisti in grado di tradurre la sua
fede europea nella cultura locale, in modo da far diventare il cristianesimo
comprensibile e convincente. Ma è un compito arduo e si deve scontrare
continuamente con le tradizioni e le superstizioni del luogo. Come se non
bastasse diversi sono gli imbroglioni che approfittano dell'ingenuità di questa
gente. Uno addirittura, spacciandosi per profeta, promette denaro, riso,
benessere e, soprattutto, l'immortalità: basta fidarsi del suo dio e fargli
numerose offerte. Intanto i campi rimangono incolti, i villaggi vengono
abbandonati e le famiglie disgregate. L'illusione, ovviamente, svanisce presto e
tocca a p. Vergara aiutare questa gente ad affrontare la miseria, diventata
ancora più squallida, e la degradazione morale. Istituisce, allo scopo, una
singolare forma di Azione Cattolica.
L'odio dei battisti contro di lui aumenta. P. Vergara infatti, con le sue
attività pastorali, non fa altro che incrementare il malcontento dei
protestanti, ultimamente cresciuto a causa della nuova situazione politica
creatasi in seguito all'indipendenza dall'Inghilterra ottenuta nel 1948. Scrive
p. Mario: «Quando qui erano gli inglesi a comandare, tutto era ordine e pace;
adesso dappertutto è disordine e guerra civile. I cariani protestanti,
approfittando della confusione generale, si sono impadroniti del potere e vanno
terrorizzando i cattolici fedeli al governo legittimo». P. Girolamo Clerici, nel
1949, precisa in un suo articolo: «L'eredità d'una guerra distruttrice,
l'inesperienza del governare, le gelosie personali e le ambizioni private
possono far naufragare le grandi speranze d'un paese che, nel suo legittimo
orgoglio nazionale, si rallegra d'aver preso in mano le redini del proprio
destino. Il governo ha incontrato formidabili problemi come le minoranze
nazionali, l'influenza comunista e la crisi economica. A loro volta i cariani,
dopo aver sempre invano reclamato l'autonomia, ora sono delusi per la
distribuzione delle terre e irritati perché esclusi dalla nuova armata, di pura
razza birmana». I ribelli sono convinti che i cattolici siano gli "eredi"
dell'antico governo coloniale e le spie del nuovo: vengono quindi perseguitati e
osteggiati.
Dal gennaio del 1949 Toungoo viene occupata dai cariani ribelli. Ma dopo i primi
successi, questo esercito irregolare comincia a risentire della controffensiva
delle truppe governative e a subire sconfitte su tutti i fronti. I capi dei
ribelli, per nutrire la truppa affamata, requisiscono i viveri e opprimono con
tasse esorbitanti la popolazione dell'importante mercato di Shadow. P. Vergara
non può tacere di fronte a questo sopruso e prende le difese degli oppressi.
Questo suo intervento da un lato gli procura la riconoscenza dei capovillaggio
ma, nello stesso tempo, gli attira l'odio dei ribelli e specialmente del capo
politico sig. Tire, già maldisposto verso p. Mario per i suoi "successi"
religiosi. La posizione di p. Vergara e del suo coadiutore p. Galastri peggiora
quando, nel gennaio 1950, Loikaw, loro unico luogo di rifornimento, cade in mano
ai governativi. La loro missione viene così tagliata in due e i padri sono
costretti ad attraversare frequentemente le linee per raggiungere, dalla loro
residenza di Shadow ancora in mano ai ribelli, gli altri villaggi situati nel
territorio riconquistato dalle truppe regolari.
Alla fine del mese, tornando da Loikaw a Shadow, p. Mario e p. Pietro sono
fermati e perquisiti dai ribelli, che sperano di trovarli in possesso di armi o
lettere compromettenti. L'esito della perquisizione è negativo, ciò nonostante
si ostinano a credere che i due missionari siano le spie del governo centrale.
Intanto, in assenza di notizie, il vescovo e i confratelli di Loikaw cominciano
a preoccuparsi. Per mesi si è in ansia circa la sorte dei pp. Vergara e Galastri
fino a quando, il 31 agosto del 1950, la radio locale annuncia che i due
missionari sono stati arrestati, uccisi e i loro cadaveri gettati nel fiume
Salween.
Solo in seguito si avranno notizie più dettagliate: il 24 maggio, alle sei del
mattino, alcuni ribelli entrano nella residenza di Shadow, dove p. Galastri è in
preghiera, e gli ordinano di seguirlo. Legato mani e piedi, viene condotto al
bazar dove, nel frattempo, è stato portato anche p. Vergara con il catechista
Isidoro, arrestati precedentemente nella piazza del villaggio. A sera inoltrata
vengono fatti incamminare tutti e tre lungo un sentiero che costeggia la sponda
sinistra del Salween e all'alba del 25 sono uccisi a colpi di fucile. I loro
cadaveri, rinchiusi in sacchi, sono abbandonati in balìa della corrente.
Fonte: Missionari martiri del PIME
tratto dal libro a cura di Maria Grazia Zambon
pubblicato dalla EMI nel 1994
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